L’Eucarestia nella vita del malato
Vorrei partire dall’enunciato che troviamo nella Esortazione post-sinodale “Sacramentum Caritatis” di Benedetto XVI (22/02/2007): “Considerando la condizione di coloro che per motivi di salute o di età non possono recarsi nei luoghi di culto, vorrei richiamare l'attenzione…sulla necessità pastorale di assicurare l'assistenza spirituale ai malati, a quelli che restano nelle proprie case o che si trovano in ospedale. Più volte nel Sinodo dei Vescovi si è fatto cenno alla loro condizione. Occorre fare in modo che questi nostri fratelli possano accostarsi con frequenza alla Comunione sacramentale. Rinforzando in tal modo il rapporto con Cristo crocifisso e risorto, potranno sentire la propria esistenza pienamente inserita nella vita e nella missione della Chiesa mediante l'offerta della propria sofferenza in unione col sacrificio di nostro Signore” (cf. SC, 58). Anche perché, per soddisfare l’esigenza del precetto festivo, “circa il valore della partecipazione alla santa Messa resa possibile dai mezzi di comunicazione, chi assiste a tali trasmissioni deve sapere che, in condizioni normali, non lo adempie, poiché il linguaggio dell'immagine rappresenta la realtà, ma non la riproduce in se stessa, nonostante sia assai lodevole che anziani e malati partecipino alla santa Messa festiva attraverso le trasmissioni radiotelevisive” (cf. SC, 57).
Dunque, c’è innanzitutto l’esortazione rivolta a tutta la comunità cristiana, affinché essa si faccia carico, nella sua pastorale, di assicurare la Comunione sacramentale soprattutto ai malati, che, a motivo della loro impossibilità a recarsi in chiesa, rischierebbero di restare senza l’Eucaristia. Anche perché la possibilità offerta loro dai mass-media, di poter seguire la celebrazione eucaristica, pur essendo lodevole e utile agli stessi malati, perché permette loro di sentirsi parte della Chiesa, offre loro la possibilità di chiedere perdono insieme alla comunità, di ascoltare la parola di Dio e la sua spiegazione, di poter pregare insieme a tutti gli altri credenti, si muove sul piano dell’immagine, della rappresentazione, non della realtà, che non è capace di riprodurre. Invece la realtà della partecipazione al Sacrificio eucaristico si realizza attraverso la Comunione sacramentale, che, pertanto, viene caldamente raccomandata. E se questa Comunione è anzitutto risposta al bisogno del malato, essa diventa anche una possibilità della comunità cristiana, insieme alla Confessione da parte del sacerdote, di essere vicina all’infermo, permettendole di rispondere all’invito di Gesù: “ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36) e “ogni volta che avete fatto questo a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40).
Ma qual è la motivazione di fondo? Perché la necessità della Comunione sacramentale, soprattutto per un sofferente?
Ce lo dice la stessa esortazione post-sinodale al n. 58: perché in tal modo il malato rinforza il suo rapporto con Cristo crocifisso e risorto, può così unire l’offerta della propria sofferenza al sacrifico del Signore, può sentire la propria esistenza inserita nella vita e nella missione della Chiesa.
Dunque tre motivazione diverse e strettamente connesse. Innanzitutto la possibilità di rinforzare il proprio legame con Cristo crocifisso e risorto. Fuori dalla comunione con Cristo la sofferenza diventa insopportabile e inutile. Insopportabile: la malattia, il male in genere, va combattuto con i mezzi che l’uomo ha a sua disposizione, frutto del suo ingegno e del suo impegno; ma non sempre riesce ad eliminarla e a vincerla. Nella misura in cui ciò non avviene, la sofferenza rischia di schiacciare la persona sotto il suo peso, sotto il peso della croce, se non si permettesse a Gesù di aiutarla a portare. Nell’episodio evangelico del Cireneo, che viene coinvolto dai soldati e costretto a portare la Croce di Gesù, in realtà non è lui che porta la Croce di Gesù, ma è Gesù che assume nella sua la croce di ogni “cireneo” della terra! Inutile: se non si unisce la propria sofferenza a quella di Gesù, la malattia non ha un senso, non ha alcun valore; se invece la si unisce a quella di Gesù, allora la sofferenza viene offerta, come “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1), in riparazione dei propri peccati e di quelli altrui, e per la salvezza di ogni uomo. Cristo ha assunto la sofferenza dell’uomo, di ogni uomo, per renderla salvifica!
E quale momento migliore, di quello eucaristico, per fare l’offerta della propria vita e della propria malattia al Signore, se non quando si realizza il Sacrificio di Gesù? E ciò avviene durante l’Eucaristia, memoriale di questo Sacrificio, di cui la Comunione sacramentale, portata ai malati, ne è la continuazione. Infine, come ultima motivazione, c’è quella ecclesiale. Se è vero che l’Eucaristia fa la Chiesa, come afferma Paolo nella 1 Corinzi (cf. 1 Cor 10,16-17: “il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo”), allora la partecipazione ad essa, attraverso la Comunione, permette di consolidare il legame con la Chiesa. Non solo. Permette anche di svolgere al suo interno un Ministero particolare, che è l’offerta della propria sofferenza, e di partecipare così alla stessa Missione della Chiesa!
Chi lo avrebbe pensato? Un malato, chiuso in una casa, abbandonato in un letto, molte volte anche emarginato da parenti e dalla socialità, sembra un essere inutile e un peso per la stessa società, invece egli, con la sua sofferenza, offerta e unita a quella di Gesù, partecipa attivamente alla salvezza di ogni uomo, “completando nella carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (cf. Col 1,24), svolge un servizio, un vero e proprio Ministero, all’interno della Chiesa, e partecipa alla Missione della stessa!
Che miracolo realizza l’Eucaristia nella vita del malato.
Don Pompilio Pati